SISTEMA PENSIONISTICO: PERICOLOSO MOSTRO A TRE TESTE. CHI LO CONOSCE NON LO EVITA, MA E’ MESSO IN CONDIZIONE DI FARE QUALCOSA 

SISTEMA PENSIONISTICO: PERICOLOSO MOSTRO A TRE TESTE. CHI LO CONOSCE NON LO EVITA, MA E’ MESSO IN CONDIZIONE DI FARE QUALCOSA 
Di La Segreteria Nazionale

Bei tempi quelli … quando si poteva andare in pensione dopo 19 anni, 6 mesi e un giorno; bei tempi per coloro che, forti di un assegno di quiescenza spropositato rispetto a quanto avevano versato, erano messi in condizione di dedicarsi alle loro passioni e dare concretezza alle loro abilità.
Tutti erano felici e contenti e la classe politica di allora, pur nella agevole comprensione di scavare una fossa per i giovani del domani, troppo ha perseverato nel mantenere in piedi un sistema previdenziale che in tutta evidenza, a lungo termine, avrebbe deflagrato.
Così a metà degli anni 90, i nodi sono arrivati al pettine ed è stata varata la prima di una lunga serie di riforme del sistema previdenziale che ha eroso sempre più l’assegno di pensione, garantendo braghe di tela per il futuro pensionato. 
E’ venuto così a crearsi un sistema previdenziale pensionistico basato su tre diversi pilastri: i contributi versati, le aspettative di vita e gli andamenti del prodotto interno lordo (PIL).
La pensione calcolata sulla base di quanti contributi ha versato il lavoratore durante l’intero arco lavorativo, che dovranno essere aperte “spalmati” sugli anni che gli rimangono da vivere secondo le statistiche Istat (cosiddetta aspettativa di vita) e “corretti” in relazione gli andamenti del prodotto interno lordo.
Una formula spaventosa se si pensa che in generale si inizia a versare contributi sempre più tardi; si vive sempre di più e l’economia sta cronicizzando in una recessione che sembra non finire mai.
Questo significa che quando, a fine attività lavorativa, si andrà a dividere i contributi versati per gli anni di aspettativa di vita, corretti con gli andamenti dell’economia, si rimarrà impietriti di fronte ad un risultato dell’operazione che non lascia scampo da una vita senile misera e piena di stenti.
A grandi linee il versamento ai fini pensionistici ammonta al 33% di quanto guadagnato; ne deriva che ogni 30 anni di lavoro se ne coprono 10 di pensione a pari assegno; quindi per avere un trattamento di quiescenza pari allo stipendio per i 20 anni circa di aspettativa di vita rimanenti una volta in pensione, servirebbero, ad oggi, 60 anni di contribuzione. Se invece di 60 anni se lavorano 30, l’assegno sarà ridotto alla metà.
Una brutta faccenda che cova da circa un ventennio sotto una coltre omertosa ed omissiva di una classe politica che ha saputo solo di autoalimentarsi di opulenti privilegi, trascurando di avviare delle formule compensative in grado di riempire anche solo parzialmente, la profonda voragine venutasi a creare nella previdenza pensionistica.
Alla riforma delle pensioni, doveva necessariamente accompagnarsi l’avvio della cosiddetta previdenza complementare: incentivo ai lavoratori per versamenti “agevolati”, finalizzati ad un assegno supplementare compensativo di una pensione non più idonea al sostentamento.
Non solo non è stata avviata la previdenza complementare, ma per troppi anni si è anche taciuto il pericolo nel ritardo, trascurando di ingenerare quella sana preoccupazione che induce in tempo utile a correre ripari. 
Così non si è data al lavoratore nemmeno l’utile informazione che il vecchio concetto di pensione era ormai defunto.
Nei paesi più evoluti, i lavoratori vengono informati, a cadenze ricorrenti, circa la loro posizione previdenziale pensionistica; vengono fornite proiezioni sul quando e su quanto sarà percepito il con il futuro di pensione. Da noi si è fatto un gran parlare, sono stati assunti impegni di informazione, ma poi, come al solito, nulla di concreto.
Anche se la voragine aperta è di grandi dimensioni, siamo certamente ancora in grado di fare qualcosa, specie per i colleghi più giovani, che sono i maggiori penalizzati dalle varie forme pensionistiche, ponendoli nelle condizioni di poter correre ai ripari.
 Prima di tutto richiederemo in modo pressante l’avvio di confronto per l’attivazione in tempi accettabili dei meccanismi di previdenza complementare, ormai divenuta l’unico idoneo salvagente in un contesto recessivo dell’economia che aggrava ulteriormente posizioni già precarie.
 Chiederemo altresì di creare meccanismi di informazione analoghi a quelli in atto nei Paesi del Nord Europa, per offrire ai lavoratori le informazioni necessarie per assumere le determinazioni di salvaguardia.

Mauro Pantano

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