Lettera d’amore profondo per l’Italia

Lettera d’amore profondo per l’Italia
Di La Segreteria Nazionale

Il soldato Mario Rossi era napoletano, nel dicembre 1915 si trovava a condividere la sua casa, ormai la trincea, con i commilitoni alpini del Veneto, sopra Trafoi ed il passo dello Stelvio.
I giorni dei gelidi mesi invernali trascorrevano lentissimi e disumani, fra topi temibili quanto il nemico e i malati di spagnola, sempre sotto il tiro dei fucilieri austriaci. L’avamposto era freddo e sporco, il fetore dei cappotti e dei vespasiani ricavati nel fango e senza manutenzione si confondeva con il fumo acre proveniente dagli spari dei Carcano. Mario Rossi scriveva a casa lettere struggenti di passione, di melanconia, di solitudine, di nostalgia, di paura, e di rado ne riceveva risposta dalla giovane sposa così maldestra nello scrivere anche in dialetto.
Gli Italiani di oggi e quelli di domani sono e saranno obbligati a non dimenticare il soldato Mario Rossi. Ma qualcuno tenta pervicacemente di vanificare il lontano sacrificio, lontano nel tempo e vicino col cuore. Non è lecito allora far passare per italiano chi italiano non è; di annacquare la nostra cultura, la nostra fantasia, il nostro amore per la vita così peculiare nelle sue esternazioni. Tentano di equiparare radici lontane, un Dna spirituale unico, un’ineguagliabile capacità di sopravvivenza nei momenti del dramma, una tenacia nel rispetto dei valori cristiani accettati involontariamente anche da chi prova a negarli.
Essere italiani oggi non è soltanto distinguersi per il colore della pelle, non certo gialla o nera nelle varie sfumature, e nemmeno troppo pallida. Essere italiani vuol dire capirsi all’istante, comportarsi adeguatamente, mostrarsi anche altezzosi o sprezzanti o maleducati o addirittura violenti, ma sempre nel recinto di chi sa già cosa è e vuole l’altro. Forse che il couscous o i krauti possono essere italiani con un decreto presidenziale, così come un turbante o un burqa? D’altro canto in ogni parte del mondo ci invidiano e imitano pasta e pizza, mentre si elettrizzano davanti a un capo di Versace o di Armani.
Ma allora è vero che siamo un popolo di bugiardi e mistificatori, grassatori e truffatori, codardi e traditori, come polemizza qualcuno che all’estero o fra di noi ci vuole male? No, naturalmente.
Parimenti non si può negare che uno dei grandi mali che purtroppo contribuisce a caratterizzarci è la presenza di organizzazioni mafiose. Farabutti associati ce ne sono dappertutto, resta un atteggiamento similare fra molti uomini soprattutto del nostro Sud, che è connaturato e di costume anche in personaggi specchiati, tragicomicamente individuabili.
Personalmente ritengo che il fenomeno secolare e radicato di uno Stato nello Stato nel Mezzogiorno d’Italia, mai seriamente combattuto nel dopoguerra, vada circoscritto e fatto emergere. Così come altre situazioni deteriori e inveterate (prostituzione, droga, tifoserie violente, ecc.), ineluttabili e ineliminabili in altra maniera.
Ma l’amore per la nostra terra non si invoca solo per sostenere le squadre nazionali sportive o per incoraggiare a rispettare sotto l’ombrello del Tricolore le misure antivirali in tempi di Covid, di sicuro non si dimostra quando prevale l’egoismo di chi non accetta i neri come vicini di casa (lo spregio per il colore della pelle atavico anche a parti invertite, anzi di più) o come abitanti di favelas e raccoglitori di prodotti nostrani della terra. Tale egocentrismo esterofobico non fa parte di una sana cultura nazionalista.
Il patriottismo e la certezza individuale di essere una comunità da difendere in ogni occasione costituiscono un patrimonio comune e un orgoglio senza prezzo. I nostri avi hanno lottato con un unico spirito, con univoci valori, per il riconoscimento dell’italico ruolo nel mondo. Se nel passato si elevarono nella massa illustri pensatori, celebri letterati, veri geni eclettici come Leonardo, e poi musicisti, pittori, scultori, anche atleti in quantità e di qualità, oggi il nostro “made in Italy” è ricercato ad alto livello nel mondo, per soddisfare tutti i gusti ed i sensi per quanto attiene alla moda, alla cucina, allo spettacolo ed a fantasia e divertimento in generale. Emeriti scienziati ed economisti, anche in pectore, emigrano in quanto non trovano qui le giuste ricompense, morali e finanziarie, a volte boicottati da colleghi invidiosi e più politicizzati nonchè da congreghe mafiose, intese in senso lato.
Un Paese come il nostro, in modo formidabile narrato da cartoline di panorami e città, da paesi e paesaggi, di opere d’arte di ogni dimensione, di attività manufatturiere centenarie, e poi di musei al chiuso e all’aperto, non può essere confuso con altre realtà da parte di una minoranza antiitaliana, sempre esistita perché compatti non lo siamo stati mai per principio e per puro divertimento disfattista. La critica è un’espressione d’intelligenza e noi ne abbiamo da vendere, ma sugli intramontabili valori morali ed istituzionali si discute con eccessi irrazionali.
Un minimo d’esperienza di vita ci fa capire come il buonismo è una strada sbagliata, che porta a passi indietro sotto tutti i punti di vista. Altra cosa è il garantismo.
Essere cristiani non significa fare del bene a chi ha già dimostrato di non meritarselo, ad esempio a chi infrange le leggi col delinquere o con il passare i nostri confini senza permesso. Ci si provi, proprio nei Paesi meno evoluti, ad essere fermati dalla Polizia senza un valido visto sul passaporto: da quelle parti la parola clandestino fa tremare i polsi per davvero! Ci si provi anche a esaltare il Vangelo o la eventuale supremazia della Chiesa Cattolica Romana in un Paese islamico o anche d’ispirazione buddhista, o viceversa sminuire personaggi leggendari come Maometto o Siddharta…
D’altro lato non è cristiano o semplicemente morale accettare che si strappino dalle proprie terre, dalle tradizioni, dai costumi, dagli abiti mentali, anche dalla propria fede genti che non si integrano da noi se non alla seconda generazione. Sono genti che vengono, a torto o a ragione, guardate con sospetto; allora l’orgoglio va sotto i piedi, a fare la fame non ci si torna, la pazienza è tanta, allo stremo ci si compromette… Dio non desidera la carità pelosa dell’Occidente, a costo di migrazioni bibliche e soprattutto destabilizzanti, Dio predilige l’aiuto dato a fratelli sfortunati, ma … a domicilio!
Siamo tutti uguali, sì, ma in Italia vengono prima gli ITALIANI. Ce lo sussurra una voce lontana: Mario Rossi, un soldato che veniva da Napoli e che si sacrificò per quella Italia che è questa Italia. A lei dedicò la vita. Come tanti e tanti altri insieme a lui in quella eroica trincea e in tante altre eroiche dimenticate trincee.

Terenzio d’Alena
(Segreteria Nazionale)

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